La vocazione del viaggiatore settecentesco

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Federico Di Vita ha la vocazione del viaggiatore settecentesco e dovrebbe seguirla. Lui stesso sembra esserne consapevole al punto che a pagina 126 del suo Cronache da Siviglia, edito da Round Robin, scrive: “Come un gatto preferisco i posti, e l'unica cosa che so fare è scoprirli, girarci dentro. Le persone come le storie si ripetono, e certo che si danno pur delle eccezioni, però mi piacciono di più le descrizioni, così infinite e pure”. Una predilezione che il lettore accorto avverte: Di Vita ama parlare minuziosamente di Siviglia, dei suoi palazzi, dei suoi giardini, delle piante, dei locali... Lo fa con passione, con (in)consapevole poesia: le sue descrizioni hanno poco della cartolina turistica e molto “della vista del cuore”. Si sente che Siviglia è una città che ama ed è capace di farla amare anche al lettore che, magari, a Siviglia non è mai stato. Nel descriverne le bellezze usa una lingua controllata, fluente.
Non alla stessa altezza il resto del libro: ossia le parti narrative nelle quali riferisce della sua (forse solo sua) storia d'amore con (per) Viola (già impegnata in Italia con un ragazzo che non intende tradire) e quelle dove racconta delle serate con gli amici o delle partite di calcio. In tali brani, lo si dice con dispiacere, passa dal banale al noioso e lo fa, cosa assai trista, usando un mistilinguismo a tratti sciatto e un po' cialtrone. Un peccato per un giovane autore che potrebbe – lo volesse – fare a meno del risaputo e standardizzato giovanilismo da telefilm di Italia1.
 
Cronache da Siviglia, corredato da belle fotografie e sfoltito delle parti di cui si è detto, sarebbe proprio un ottimo libro di viaggio.

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