Goldoni e il crepuscolo di un'epoca

E' una Verona che guarda dritta a Venezia quella dove prende vita ne “I due gemelli veneziani”: la commedia scritta da Carlo Goldoni nel 1747 in scena al Teatro Donizetti di Bergamo dal 10 al 15 marzo per la Stagione di Prosa 2009. Un testo che Goldoni scrisse giocando sull’ idea del doppio: quello dei due fratelli gemelli Zanetto e Tonino(interpretati dallo stesso attore), quello che sta alla base dell’essenza del Teatro racchiusa nell’essere e non essere allo stesso tempo, quello della vita e della morte che per la prima volta si concretizza sulla scena goldoniana. Una vicenda dai molti intrecci che la regia di Antonio Calenda per la coproduzione di Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Noctivagus Produzioni Teatrali, interpretata da Massimo Dapporto, rende in modo efficace. L’atmosfera degli anni di metà Settecento, pervasa ancora dall’ironia leggiadra del rococcò eppure contaminata dall’annuncio delle nevrotiche inquietudini di fine secolo, con la conclusione del fasto veneziano ben si traspone grazie a raffinati rimandi iconografici e ambientali. Le radiose scene di Pier Paolo Boleri e i preziosi costumi di Elena Mannini rimandano agli affreschi che Giovan Battista Tiepolo e il figlio Gian Domenico misero in opera per Villa Valmarana (1791) e la sua forestieria. I personaggi si dispiegano sul palcoscenico con lo stesso incedere delle figure ritratte nella Promenade e ancora ne il Nuovo Mondo. Il controluce abbacinante delle bianche architetture che fanno da quinte, rese inaspettatamente interattive dagli attori che fisicamente le spostano ad ogni cambio di quadro, sono la traduzione in scena delle bianche architetture veronesiane de La Cena a Casa di Levi e di quelle in pietra bianca delle ville palladiane. Arlecchino invece fa il suo ingresso accompagnato da un bagaglio ricoperto con l’immagine di un celebre dipinto di Canaletto, mentre i broccati e le sete degli abiti ci portano nelle delicate cromie delle toilette custodite in Palazzo Mocenigo (Museo del Costume a Venezia). Massimo Dapporto appare in scena ingobbendosi come la caricatura a china che Rosalba Carriera fece allo storico Zanetti e la Rosaura di Alessandra Raichi è abbigliata e acconciata come la Dama con parrocchetto che G.B. Tiepolo dipinse per la Zarina di Russia in una celebre serie di ritratti femminili. Arlecchino, Brighella e Colombina sono le maschere di un’età che sta finendo (quella dell’ingenuo Tonino) a favore dell’avanzare del mondo scaltro e borghese di Zanetto, che sopravvive infatti proprio all'ingenuo gemello. Tutto incede come gli enigmatici personaggi dell’opera di Tiepolo che camminano verso qualcosa di sospeso, verso il finire di una giornata, verso il crepuscolo di un percorso e, forse, della vita stessa.

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