La Russia dell'uomo d'oro: il dramma della ritirata di Russia

E’ nell’efficace parallelo che s’innesta tra il sogno di un vecchio padre italiano e le vicende del figlio inviato in Russia con l’esercito italiano, che si snoda la vicenda umana, storica e familiare de “La Russia dell’uomo d’oro” andato in scena il 29 gennaio per la Stagione di Prosa del Teatro Donizetti di Bergamo, nell’ambito del cartellone di Altri Percorsi.

Lo spettacolo, con la regia di Riccardo Sottili, trova i punti di maggior efficacia nei rimandi tra i due lati del palco: nella corrispondenza tra vecchi (il russo che ha perso il figlio nelle persecuzioni staliniane e Giuseppe l’italiano padre ciabattino che beffardamente vedrà morire il figlio con i piedi congelati nella steppa), tra il mondo russo e quello italiano uniti nel povero amore di Michele e di Masha congiunti dalla miseria della guerra, tra la nostra lingua e quella cirillica che ci accompagnano nella dimensione reale della vita. Una vita che scorre in funzione dell’attesa: quella del padre, quella della Guerra, quella della ritirata, quella del cammino perché come dice Giuseppe di Michele: “Deve aver pazienza e camminare” o, ancora, come dice il medico del battaglione “Non è importante quanto dura l’attesa, ma il saper aspettare” in una frase che riporta ai lunghi tempi della letteratura di Dostoievski.

E’ un dramma che cresce quello de “La Russia dell’uomo d’oro”, amplificato dalle voci degli uomini e delle donne scomparse negli orrori della Guerra, che si mischiano al tagliente suono del vento invernale. Un Inverno che si fa più cattivo con lo scorrere delle scene e che ci porta schietto nel disperato sogno di Giuseppe: un archetipo che fa del personaggio il padre di tanti figli, in un delirio onirico illuminato dall’abbacinante e mortale chiarore della neve russa.

Il dramma si chiude nel gelido infernale del dantesco girone dei traditori e dei traditi, di giovani ingannati come i nostri ragazzi vittime del gioco costruito dalla rigida lucidità dei potenti. Giovani dei quali però restano le storie, le parole e le lettere preziose protagoniste di una delle scene più sincere di questa vicenda universale.

Commenti

  1. ...un altro dono della mia cara Clelia...
    aggiungerei il parallelo con la fiaba di Collodi (Pinocchio), accennato lungo tutto il dramma e che culmina con una vera e propria citazione finale...

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