Trionfano i figli di Miller

Un temporale accoglie gli spettatori di Erano tutti miei figli di Arthur Miller per la regia di Cesare Lievi; un temporale notturno che si abbatte su uno strano giardino: un giardino che, in realtà, invece di essere fatto di piante e fiori, è evocato solo verbalmente dagli attori, essendo la scena, per tutto il primo atto, fatta da niente altro che da un enorme telo mimetico che copre qualcosa. 
Ciò che il telo nasconde, verrà rivelato agli spettatori nel corso del secondo e del terzo atto: si tratta di un cimitero di aerei, di carcasse di velivoli della Seconda Guerra Mondiale. Pezzi d’ala, eliche, carlinghe sventrate sulle quali gli attori camminano e siedono come se nulla fosse, proprio perché, per la loro finzione di personaggi, quello non è un cimitero, ma il giardino di casa Keller. 
Una soluzione scenografica, quella di Maurizio Balò che, lungi dall’essere stravagante, ha un suo perché molto chiaro; una ragion d’essere che è il segno forte dello spettacolo di Lievi: i personaggi del testo di Miller fingono, si sforzano, di essere e apparire come delle persone normali, persone in grado di fare vita di società, ma, in realtà, sono persone che la vita – con la guerra, con i lutti – ha segnato profondamente. È come se il regista volesse dire che il passato dei Keller si è materializzato nel giardino della loro casa sotto forma di aerei in rovina. 
Il senso del passato fattosi presenza scenica è già nel testo di Miller che aveva previsto che, durante il temporale di cui si è detto, l’albero al centro del giardino si spezzasse. L’albero era stato piantato per ricordare il figlio dei Keller “disperso” in guerra, dunque era il passato ben presente nel giardino. 
Nella messa in scena di Lievi dell’albero non v’è traccia, perché il passato su cui non si può riposare (e non è un caso che la Madre soffra di insonnia) è quello che, a causa del Padre, ha rovinato tutta la famiglia. Il Padre, infatti, ha venduto all’aeronautica militare dei cilindri difettosi che hanno causato il precipitare di una ventina di velivoli e la conseguente morte dei piloti (i “miei figli” del titolo). È su quel senso di colpa – invano relegato al livello dell’inconscio – è su quegli aerei precipitati che materialmente camminano gli attori.

Lo spettacolo di Lievi lascia, sì, alla scenografia il compito di “segno forte”, ma non sarebbe quello spettacolo perfetto che è se non ci fossero gli attori che ci sono: una magnifica Giulia Lazzarini (nel ruolo della Madre) in grado di passare dai toni della donna che la perdita di un figlio ha reso instabile di mente, ai toni della perfetta padrona di casa in grado di destreggiarsi in mezzo a situazioni spinose; un ottimo Umberto Orsini (il Padre) che ha dato al suo personaggio gesti trattenuti e grande compostezza, tipici di un uomo che sta sulla difensiva pur non volendo darlo a vedere; un bravissimo Roberto Valerio nella parte non facile di George in grado di esprimere l’ira trattenuta e la gioia di aver ritrovato degli affetti (subito ripersi) e i bravi Luca Lazzareschi (Chris) e Ester Galazzi (Ann) assolutamente a proprio agio nei loro personaggi.

Uno spettacolo (da non perdere) che aggiunge un tassello importante alla tradizione del teatro italiano.
Lunghi applausi finali.
 
In «Il Nuovo Giornale di Bergamo», 19 dicembre 2002.

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