Rain: libertà ancestrale

Si apre con la dolcezza lieve delle «veline» che piovono dall'alto l’anteprima nazionale di Rain, lo spettacolo andato in scena il 6 gennaio al Teatro Donizetti per la Stagione di Prosa 2009, allestito dal canadese Cinque Eloize. Fogli colorati che scendono dall’alto e si fanno sileziosi messaggi dal cielo, da quel cielo a cui è dedicata l'intera Trilogia del Cielo del regista svizzero Daniele Finzi Pasca.
Rain, spettacolo raffinato e malinconico, completa la Trilogia: ciclo in sottile equilibrio tra circo e teatro. Uno spettacolo che si colloca tra la migrazione fisica ed estetica di Nomade e la Nebbia che rende evanescenti cose, persone, pensieri, ricordi, visto a Bergamo lo scorso anno.
Rain aleggia alla rincorsa di una sensazione lontana, tra emozioni recondite e primordiali: così come primordiale è l’acqua, il liquido, la vita della quale l’acqua stessa è immagine e sinonimo nella cultura classica e in quella orientale. Acqua-pioggia che apre e chiude il cerchio dello spettacolo, il cerchio della vita, genera emozione. La magia avviene nel ricordo di un temporale d'estate, capolavoro della scena finale, nell'impressione ancestrale di un'euforia lontana, ludica, quasi infantile, assolutamente libera e :“questa è la libertà” sono proprio le parole pronunciate da Ashley Carr nel prologo.
In Rain l'acrobazia si fa danza, le arti si liquefano e si fondono. Vi sono rimandi alla storia del teatro e alla storia dell’arte: ai rossi e alle ironie di Toulouse Lautrec, alle atmosfere surreali di Magritte con il primo quadro del secondo atto e l’uomo con valigia che si staglia su un fondale di nuvole. Nuvole che aprono e chiudono lo spettacolo in una serie di raffinate corrispondenze interne all’opera, aprendosi poi nello scorrere della pioggia e delle emozioni finali, in una sorta di “tutto scorre” alla Eraclito, che fluisce come le ironie, i sorrisi, le malinconie, gli incontri della vita.
Vita che è punto di fusione tra corpi definiti nelle proprie facoltà fisiche ed espressive, esaltati dalla luce che batte chiara rendendo i muscoli d’alabastro. Anatomie del corpo e dell’anima narrate dalla musica e dal ritmo morbido del pianista: un vero personaggio che, di spalle e in abito scuro, conduce lo scorrere dei quadri più incisivi fino al punto in cui i linguaggi si disfano e allentano la propria consistenza, lungo i bordi del non-finito, al crocevia tra danza e tecniche circensi, sull’orlo del sogno.

Commenti

  1. Non posso che ritrovarmi nelle parole di Clelia e consigliarvi di andre a vedere lo spettacolo. Un crescendo di intensità, che ha il culmine nella seconda parte. Un viaggio nel mondo onirico, in reminiscenze infantili, dove l'ironia si impernia sulla tragicità e i gorghi dell'inquietudine scolorano nella passionalità più struggente.
    Mi mangio le mani per essermi persa Nebbia e Nomade.

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