MARIN FALIERO: riverberi di luce per psicologie cangianti

E’ un allestimento che riporta ai riverberi colorati e mutevoli del colore romantico di Delacroix, quello scelto dal Bergamo Musica Festival per l’edizione del Marin Faliero di Gaetano Donizetti, andato in scena venerdì 31 ottobre e domenica 2 novembre al Teatro Donizetti di Bergamo.
Inevitabili riferimenti iconografici per il Marin Faliero del regista Marco Spada e per Alessandro Ciammarughi, che ha curato le scene e i costumi, erano di due grandi quadri storici di Francisco Hayez (dove il pittore al centro di polemiche artistiche si ritrae nel panni del vecchio doge congiurato) ed Eugène Delacroix.
Per il nuovo allestimento la produzione, realizzata in collaborazione, con il Teatro Verdi di Sassari ha scelto di seguire la strada francese attraverso l’utilizzo di un cangiante velluto bordeaux per i costumi veneziani, per i riverberi dorati del bugnato della scena e ancora per lo scorrere della luce sugli abiti dei celeberrimi gondolieri “…figli della notte” all’apertura del II Atto. Una scelta che ci ha immerso nello sfaldamento del colore che il pittore francese sperimenta nel pieno del romanticismo e che, però, non ha trascurato anche la grande tradizione della pittura di storia italiana di Hayez e della sua tecnica basata sulla stesura omogenea del colore (III Atto) . Alla produzione del pittore italiano fa infatti riferimento la figura della protagonista nell’ultimo: quando Elena ci appare in un abito di velluto scuro con veli bianchi e i lunghi capelli neri sciolti sulle spalle che vanno a citare direttamente la figura femminile (con sfondo lagunare veneziano) di “Accusa segreta” dipinta tra il 1847 e il ‘48 proprio da Hayez. Un dipinto in piena sintonia con il romanticismo decadente europeo, che rappresenta il tema della vendetta e della delazione per la rivalità d’amore.
Il Bergamo Musica Festival ha dunque scelto un insieme cromatico ed emozionale, che è risultato funzionale anche al mutare della situazione storica e alle numerose sfumature psicologiche dei personaggi, e ben documentato anche sotto il profilo della storia del costume. Notevoli sono stati i particolari degli abiti trecenteschi veneziani, soprattutto in quelli femminili, con l’attenzione riservata ai copricapi e alla corretta profondità delle scollature per una coerenza cronologica che ci ha mostrato abiti ed accessori tipici della Venezia medioevale e al massimo a quella primo-quattrocentesca del Carpaccio.
Una buona edizione davvero, che ha reso ragione all’opera che Donizetti compose nel 1835 per il
Teatro degli Italiani a Parigi, in un ideale confronto con Vincenzo Bellini, e ora grazie alla versione critica di Maria Chiara Bertieri ha ritrovato anche un nuovo spessore musicale.

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