La negazione del Teatro in Molly Sweeney

La Molly Sweeney di Brian Friel per la regia di Andrea De Rosa presentata ieri al Teatro Donizetti di Bergamo lascia più di una perplessità. Nei primi 30 minuti di spettacolo il pubblico è stato invitato a indossare una mascherina che impedisse la visione di ciò che si stava svolgendo in platea: l’intento spiegato agli spettatori da Umberto Orsini prima dell’inizio, era quello di coinvolgere il pubblico in modo più diretto. Infatti il testo di Friel racconta l’esperienza di una donna non vedente che, spinta dall’energia del marito, si sottopone a due operazioni agli occhi che le fanno parzialmente recuperare la vista. L’intento della regia, dunque, era, in qualche modo, quello di aumentare il livello di immedesimazione del pubblico rendendolo momentaneamente cieco, per poi restituirgli la vista a un segnale convenuto (ovvero lo scoppio di un temporale). 
Ecco la prima perplessità: il teatro è visione fin nell’origine della sua parola. Infatti la parola theatron, da cui la parola teatro deriva, significa “luogo dal quale si vede” e indicava l’emiciclo nel quale il pubblico si sistemava per guardare lo spettacolo. Impedire la visione a teatro, quindi, significa, in qualche modo, snaturarne profondamente la natura. Se l’intento, poi, era quello di fare immedesimare gli spettatori nella difficoltà cognitiva di una persona non vedente, va detto che lasciare comodamente seduti in platea gli spettatori e non sollecitarli in alcun modo non pare una via particolarmente stimolante. Molto più coinvolgente sarebbe stato sollecitare la platea con odori e sollecitazioni tattili e motorie… Insomma: i primi 30 minuti di spettacolo si potevano anche scalare dal prezzo del biglietto…
Per il resto dello spettacolo va detto che i tre attori sono stati davvero molto bravi: Umberto Orsini, Leonardo Capuano e Valentina Sperlì hanno interpretato il loro ruolo con convinzione e, in certi momenti, sono riusciti anche a far dimenticare che tra loro non vi era alcuno scambio dialogico: le loro parti, infatti, sono pensate per essere una serie di monologhi che si intrecciano tra loro. E questa è un’altra perplessità dello spettacolo: la negazione dello scambio dialogico ha fatto, a tratti, rimpiangere la lettura diretta della cartella clinica di Molly Sweeney…
Il momento più intenso e coinvolgente dello spettacolo è la sequenza finale, nella quale c’è il trionfo della visione: Molly, ormai pazza, viene legata a un tavolaccio che si stacca dalle quattro gambe e resta sospeso per aria a simboleggiare la sospensione mentale della protagonista: finalmente un po’ di teatro

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