Un teatrino masturbatorio

Le serve di Jean Genet racconta di una coppia di domestiche (sorelle tra loro) che – quando la padrona è assente – ritualizza il proprio disagio: a turno, infatti, ognuna delle sorelle interpreta il ruolo della padrona e della serva; ovvero le due donne mettono in scena, di sera in sera, le loro frustrazioni. In tal modo esse tentano di eliminare la fonte del loro disagio. 
Ecco, allora, che Claire e Solange (le due sorelle), aspettano il calar della sera e vestono a turno i panni di Madame e ne riproducono i gesti e le parole, nel doppio tentativo di santificare e uccidere la loro Padrona. Madame, infatti, è, per le serve, sia una specie di santa che va venerata in ragione della sua eleganza, sia una prostituta d’alto bordo un po’ carogna che va uccisa per poter tornare a essere delle persone, al di là del proprio status lavorativo (di serve, appunto). 
Genet, dunque, immagina un rito-teatro fatto di travestimenti e uccisioni simulate. Un rito-teatro che va di pari passo con la masturbazione (fisica e mentale), se è vero che, nelle didascalie iniziali, l’autore informa che le due serve si masturbano tutte le sere.
Bisogna partire proprio dalla didascalia iniziale (che viene letta prima che il sipario si alzi) per comprendere appieno la regia a Le serve di Giuseppe Marini: essa infatti specifica che 
Le due serve non sono mignotte: sono invecchiate, sono smagrite nella dolcezza della Signora. Non occorre che siano carine, che la loro bellezza sia offerta agli spettatori […] Il volto, da principio, è quindi segnato da rughe, […] Non hanno né culo né tette provocanti: potrebbero insegnar devozione in un istituto cristiano. Il loro occhio è puro, molto puro, perché ogni sera si masturbano, e alla rinfusa scaricano, l’una addosso all’altra, il loro odio per la Signora. 
Ecco, allora, che Giuseppe Marini chiama, per il ruolo delle due serve, due vecchie signore della scena: Franca Valeri (Solange) e Annamaria Guarnieri (Claire) e nei panni di Madame cala Patrizia Zappa Mulas
Dunque il regista prende alla lettera le indicazioni dell’autore e mette in scena la vecchiaia, le rughe, la stanchezza di vivere servendo. E immerge il tutto in un teatro di morte: la camera da letto di Madame potrebbe essere un sacrario funebre: il tendaggio è un nero sipario e anche il copriletto è nero. Va in scena una sofferta cerimonia funebre e la sofferenza delle due serve sembra riverberarsi sulla platea grazie proprio alla fisicità appesantita dagli anni delle due protagoniste. Madame, invece, ha la sacralità dell’età adulta ben vissuta, elegante e sensuale. Ella è una figura reale e irreale al medesimo tempo, proprio in virtù delle proiezioni mentali delle due serve: ecco, allora, che il regista ne fa una Madonna che entra in scena su un vestito/carrello/scala-da-diva monumentale: Madame è irraggiungibile e inimitabile, oltre ad essere sacra e, come tale, intoccabile… Non resta, per le due serve, che il martirio/suicidio.
Bello spettacolo, ottimamente interpretato dalle tre attrici.

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