Piccoli crimini coniugali

Veste Etro Andrea Jonasson in Piccoli crimini coniugali di Eric-Emmanuel Schmitt per la regia di Sergio Fantoni e non è un caso: il suo è il personaggio di una donna di successo, una pittrice, sposata da 15 anni a uno scrittore. Una donna che manifesta il proprio status sociale per mezzo dei vestiti firmati e costosi e di una casa piccola, ma arredata con gusto.
Una donna che ama il proprio marito e ne è gelosa al punto che preferirebbe vederlo morto, piuttosto che saperlo o immaginarlo tra le braccia di un’altra donna.
Una donna che – tutto sommato – è infelice e insicura e si veste di capi firmati che ne sappiano mettere ancora in luce l’antica e duratura bellezza. Una bellezza mostrata con insistenza a un unico spettatore: il marito. Un marito (Massimo Venturiello) che, però, è più intento a correre dietro alle ragazzine, piuttosto che rendere felice la moglie che pure ama.
Piccoli crimini coniugali ha un esordio e uno sviluppo che ricorda l’Enrico IV di Luigi Pirandello (autore che deve essere caro a Schimitt se, anche per Variazioni enigmatiche, chi scrive ne aveva ricordato il nome): al centro dello sviluppo dell’azione, infatti, c’è una perdita di memoria (quello del marito-scrittore) da “giostrare” al fine di ottenere un nuovo individuo. E, come nel testo di Pirandello, lo smemorato, in realtà, non lo è affatto, ma finge…
Uno spettacolo, quello di Fantoni, che riproduce fedelmente il testo e che, molto probabilmente, è pensato per un pubblico di mezza età, pronto a immedesimarsi nelle vicende della coppia di coniugi stanca e “criminale”, nella quale i ruoli di carnefice e vittima sono assunti, di volta in volta, sia dal marito, sia dalla moglie.
Applausi al calar del sipario per i due bravi interpreti.

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