Dialogo sull’esistenza di Dio: i Karamazov

Non è certo la prima volta che un romanzo viene adattato per la scena. E non è nemmeno la prima volta per i Fratelli Karamazov di Dostoevskij. La messinscena del Teatro Prova di Bergamo, però, si caratterizza per essere “uno studio”, per quanto rifinito e lucidato. 
Uno studio vuol dire – in gergo teatrale – che lo spettatore non si trova ancora di fronte a uno spettacolo finito, ma a uno spettacolo “in divenire”, suscettibile, cioè, di essere ancora perfezionato. Va detto, però, che – in linea di massima – il Karamazov presentato sabato scorso al pubblico bergamasco da Max Brembilla, Patrizia Geneletti, Stefano Mecca e Andrea Rodegher è già uno studio in dirittura d’arrivo: non manca nulla (anzi, forse c’è fin troppo per essere uno studio!).
I quattro attori sono davvero bravi e comunicano al pubblico una giusta tensione emotiva. Vanno segnalati in particolar modo Andrea Rodegher nel ruolo di Smerdjakov (perché ha dato al personaggio una fisicità ottusa non scevra da un leggero, quanto equivoco, trasporto sensuale nei confronti del fratello Ivan) e Stefano Mecca per la composta eleganza del suo Ivan, “ragionatore” anche nel momento della pazzia (momento che ha richiamato a chi scrive Le metamorfosi di Kafka).
Uno studio/spettacolo, quello del Teatro Prova, che si crede più adatto a un pubblico giovane, piuttosto che a un pubblico di una certa età e questo non perché si tratti di uno spettacolo in qualche modo “minore” (anzi!), bensì per la tematica in esso trattata: in definitiva i Karamazov sono un “dialogo” sull’esistenza o meno di Dio. 
Tale inchiesta (tra l’altro duplice: perché c’è anche l’inchiesta per stabilire chi abbia ucciso il padre dei fratelli), al giorno d’oggi pare interessare molto di più i giovani che gli adulti (che generalmente danno, invece, l’idea di essere ormai arroccati sulle loro posizioni e non più disposti al ragionamento sull’argomento). Paradossalmente, forse, per coinvolgere di più lo spettatore maturo, “lo studio” dovrebbe puntare di più sull’indagine poliziesca, piuttosto che su quella filosofica/teologica sull’esistenza o meno di Dio.
Lunghi e meritati applausi al termine dello spettacolo.