Un’occasione sprecata

Il libro di Enrico Palandri, Pier. Tondelli e la generazione edito da Laterza, pare un’occasione sprecata. Forse il giudizio è un po’ netto, ma si tenta ora di darne una motivazione. 
Il libro, per stessa ammissione dell’autore, non è un’analisi critica dell’opera dello scrittore Pier Vittorio Tondelli. Non è neppure una biografia di Tondelli, bensì è un tentativo di ricostruire il clima, la storia e le ambizioni generazionali dei ragazzi che sono vissuti negli anni Settanta in Italia. Pier Vittorio Tondelli non è, dunque, l’oggetto di tali ricordi, ma l’interlocutore muto al quale Palandri si rivolge nel rievocare quegli anni; anni nei quali sia Tondelli, sia Palandri stesso muovevano i loro primi passi di scrittori.
E i due giovani autori si conobbero e si frequentarono uniti, forse, più che da una vera e propria affinità elettiva, dal fatto di essere due giovani autori ai quali la critica, nel bene e nel male, aveva aperto uno spazio negli onori delle cronache letterarie. Entrambi gli autori avevano scatenato ire censorie (Tondelli con Altri libertini, Palandri come co-autore di Fatti nostri), entrambi venivano segnalati dalla critica come una sorta di spartiacque tra la narrativa degli anni Sessanta-Settanta e la narrativa degli anni Ottanta.
Infine, i due giovani, si ritrovarono uniti anche nella creazione di una rivista destinata a restare: «Panta». Tondelli come vero e proprio “motore” dell’iniziativa, mentre Palandri un po’ meno coinvolto, anche se fu curatore di uno dei numeri.
Ebbene, si è detto che il libro di Palandri sembra essere un’occasione sprecata: l’occasione persa è proprio quella di non aver voluto fare un ritratto di Pier Vittorio Tondelli, ma – come si è detto – di averlo scelto solo come interlocutore muto. Ed è un vero peccato, soprattutto perché, qua e là, nel libro di Palandri vi è più di uno spunto critico interessante proprio sull’opera tondelliana.
Ad esempio, Palandri sottolinea come «il partire» sia uno dei fili conduttori dell’opera di Tondelli, 
Un partire in cui il destino dei personaggi si apre all’avventura, lontano dalla storia, contrapposto a un ritorno che è invece caratterizzato dalla cupezza di un mondo immobile, alle cui regole secolari non ci si può che piegare, passivamente, senza riuscire a esserci.
e, conclude Palandri, «Nei libri di Pier la storia appare immobile e trascorsa, per vivere si può solo tentare di sfuggirne». 
E, sempre a proposito di tale «partire», più avanti nel libro, Palandri evidenzia come esso, spesso, nei libri di Tondelli sia un «fuggire», in quanto i protagonisti dei romanzi di Tondelli sono sempre dei “braccati”.
In definitiva, concentrando il discorso sugli anni Settanta, piuttosto che su Tondelli, il lettore si sente un po’ tradito dall’autore, dal quale si aspettava qualcosa di più, proprio in ragione del fatto che il nome di Tondelli campeggia in bella vista nel titolo del libro. 

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