Appunti di lettura del Simposio di Platone

Simposio di Platone, traduzione di Franco Ferrari, Rizzoli.
Si tratta di un racconto di un racconto, parzialmente corrotto dai difetti di memoria, essendo passato molto tempo da quando i fatti si sono realmente svolti. 
Apollodoro, infatti, afferma di raccontare ciò che ha ritenuto degno di memoria del racconto fattogli da Aristodemo, il quale, a sua volta, non ricordava perfettamente ogni dettaglio dell’accaduto. 
I fatti oggetto della narrazione altro non sono che i discorsi tenuti durante un simposio (ossia una cena tra amici) nel quale i convitati, invece di ubriacarsi come al solito, decisero di disquisire a turno sulla natura di Amore, tributandogli i dovuti onori. 
Più o meno, i commensali concordarono su alcuni punti comuni, quali la natura divina di Amore, il fatto che di Amori ce ne siano due (uno celeste e uno terreno), che ci si innamora del Bello e che l’amore autentico, il solo che possa condurre al Bene tramite l’amore per il Bello, è quello che un maschio adulto (l’amante) prova per un ragazzo (l’amasio), al quale insegna a diventare un uomo, un buon cittadino e valido soldato, un ottimo politico o un filosofo. 
Per spiegare la causa dell’attrazione reciproca i commensali diedero varie spiegazioni, tra cui, forse la più celebre, quella ricordata da Aristofane, si rifà al mito dei tre sessi originali degli esseri umani: il maschile, il femminile e l’androgino (che riunisce il sé gli altri due). Gli esseri umani, però, erano anche tondi e avevano quattro braccia e quattro gambe, oltre a due teste. A scinderli, per renderli meno potenti, ci pensò Zeus. Da allora ognuno va in cerca della propria metà e, quindi, chi era un androgino cerca l’altro sesso per vivere un Amore terreno e volgare e, tramite la procreazione, mantenere viva la specie umana; mentre coloro che erano femmine cercano altre femmine (così come fanno le lesbiche) e i maschi i maschi i quali vivono l’Amore celeste. 
L’unico commensale ad avere un’idea diversa intorno alla natura di Amore è Socrate, che lo definisce demone (ovvero di natura intermedia tra divino e mortale) e figlio di Poros (Espediente) e Penia (Povertà): quindi brutto, desideroso di avere e pronto all’espediente per ottenere… il maggior numero di corpi belli, allentando la passione per uno solo (cosa da considerare meschina) e tendendo sempre al Bello, per giungere al Bene.
La parte forse più gustosa è l’ultima nella quale Alcibiade fa una dettagliata descrizione di Socrate/uomo da lui follemente amato.
In particolare, dei vari discorsi, colpiscono alcune frasi e concetti, per le ragioni più diverse, non ultima quella di essere assai distanti dal sentire comune attuale.
 
Fedro:
Né saprei dire qual bene più grande possa esservi, non appena uno sia entrato nella giovinezza, di un buon amante o, per l’amante, di un buon amasio. Ciò che deve servire di guida per tutta l’esistenza agli uomini che intendono vivere degnamente, né la parentela è in grado di instillarlo né gli onori né la ricchezza né altra cosa alcuna se non l’amore. 
Il miglior esercito possibile sarebbe quello composto esclusivamente da amanti e amasi, perché ognuno sarebbe disposto a morire per aiutare l’altro.
 
Pausania:
né l’amare né Amore sono in ogni caso belli o degni di lode, ma solo Amore che induce ad amare conforme al bene. 
L’Afrodite Volgare è quella che spinge gli esseri meschini ad amare le donne non meno dei ragazzi e a cercare in loro il corpo più dell’anima; mentre l’Afrodite Celeste, che partecipa solo dell’elemento maschile, è quella che induce a innamorarsi di un fanciullo e a vivere con lui per tutta la vita.
 
Aristofane: gli uomini derivanti dal taglio degli esseri umani di sesso maschile, 
arrivati alla piena maturità, amano i fanciulli e non si curano, almeno per istinto, del matrimonio e della procreazione dei figli, ma vi sono costretti dalle convenzioni; essi però sarebbero contenti di vivere gli uni con gli altri senza sposarsi.
Alcibiade nel dichiararsi a Socrate: 
Per me nulla è più onorevole che diventare quanto migliore mi riesce, e credo che a questo fine nessuno può aiutarmi più validamente di te. Non compiacendo un uomo quale tu sei, ne proverei vergogna davanti alle persone intelligenti più di quanta ne proverei, compiacendoti, di fronte alla massa degli ignoranti.