Lo Zio Vanja di Fantoni e Giordana

Lo Zio Vanja di Anton Čechov firmato da Sergio Fantoni è uno spettacolo gradevole e dignitoso, non sempre recitato in modo convincente da parte di tutti gli attori, anche perché si ha l’impressione che la regia abbia puntato soprattutto a disegnare con dovizia il ruolo impersonato da Andrea Giordana (zio Vanja), lasciando a volte in ombra gli altri personaggi, specie quelli di contorno, ma pur importanti, che vengono relegati dal regista letteralmente sullo sfondo (si veda il personaggio della vecchia madre di zio Vanja che nel testo di Čechov è ben altro rispetto alla presenza mummificata dello spettacolo di Fantoni). 
La regia, quindi, punta su Giordana, volendo per l’attore uno zio Vanja “brillante”, che “reciti” una parte di persona che si sforza di essere allegro, ma che, in realtà, è profondamente depresso. 
Accanto a Giordana, hanno dato buona prova di sé anche Ivo Garrani, giustissimo nel ruolo del vecchio bilioso e capriccioso, ma pur sempre autoritario professore; Marionetta Bideri un’intensa Sonia a tratti toccante per come è riuscita a rendere le delusioni e le speranze d’amore e Francesco Biscione che è stato un dottore concreto e asciutto, ma capace di sedurre la giovane moglie del professore. 
Molto appropriata la scelta del regista di tenere quasi sempre in sottofondo le assai belle musiche di Paolo Vivaldi.
Meritano una una descrizione un po’ approfondita le scene allusive di Nicolas Bovey: su un palcoscenico costruito come una serie di saliscendi la divisione in stanze è allusa per mezzo di architravi di porte (che, però, mancano); il giardino dell’inizio è simboleggiato da un solo tronco altissimo (di cui non si scorgono le fronde) posto in primo piano; il salotto del terzo atto in cui la situazione precipita è, in modo espressionista, posto in discesa e la stanza dell’ultimo atto, in cui la vita torna alle regole consuete, pare essere posta orizzontalmente su livelli della stessa altezza. A chiudere tutte le scene un fondale costituito da un telo aperto al centro. Una scena che, forse, sarebbe stata più in linea con un tipo di recitazione più fisica e corporea (se non proprio biomeccanica).

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